La Black Music secondo Roberto Caselli

La Black Music secondo Roberto Caselli

Un libro che porta la firma di Roberto Caselli, assicura una lettura coinvolgente e non scontata di un’evoluzione musicale complessa. La presentazione del suo libro, “La storia della black music”, edito da Hoepli e pubblicato lo scorso maggio, apre il programma del Festival, il 27 luglio alle 17.30 nello storico Palazzo della Corgna, attiguo alla Rocca federiciana, sede dei principali concerti di Trasimeno Blues. La Rocca è collegata al Palazzo più famoso di Castiglion del Lago da un suggestivo e strettissimo camminatoio medievale, con tanto di feritoie da cui si intuisce il panorama mozzafiato sul lago: un azzurro sconfinato, in cui le dolci colline intorno, sembrano un tratto di evidenziatore che rimarca la vastità incantata del Trasimeno per come lo si può ammirare una volta raggiunta la Rocca. Questo camminatoio è una metafora del libro di Roberto Caselli, che ci immerge nelle viscere della black music, a partire dai suoi esordi e, in particolare dal blues, fino a coglierne l’ampiezza per lasciarci sospesi mentre ci abbandoniamo ad una vastità che può quasi stordire. È un’esperienza di traslazione temporale, esattamente come quella che si vive una volta nel camminatoio, in cui le feritoie ci fanno affacciare su scorci che sono già di per sé una malìa e, quando si accede alla visione panoramica in tutta la sua interezza, si comprende che era necessario prepararsi a piccoli passi per contenere quello shock estetico. Contatto Roberto Caselli su Facebook, come faccio quasi sempre per non appesantire la macchina organizzativa di Trasimeno Blues e mi sorprendo ogni volta quando ricevo una risposta, soprattutto perché la mia pagina Facebook fa schifo ed è rimasta ferma a mille vite fa, non aggiornata, anzi direi proprio abbandonata. Per quanto avrei voluto esprimergli tutta la mia emozione, che sempre provo di fronte a chi stimola la coscienza sociale e ha l’arte come compagna di viaggio, ho represso ogni parola che non fosse strettamente necessaria alla richiesta di un’intervista. Roberto Caselli è un giornalista, critico musicale, scrittore e una voce storica di Radio Popolare. Mi ha risposto subito e ho pensato che non tirarsela è una qualità dei grandi. Gli confesso che non ho ancora letto il libro e credo che abbia apprezzato la mia sincerità e anche il fatto che mi sono tenuta per me la certezza che avrei colmato la lacuna seduta stante. La mattina dell’intervista mi sveglio con gli occhi gonfi, di una che non ha dormito niente. All’ora pattuita, lo chiamo e, dopo due chiacchiere piacevoli, parto con la prima domanda:

D: Ricostruire la storia della black music è una specie di pozzo senza fondo: si rischia di restare intrappolati come in un incantesimo. Ulisse si è fatto legare per non essere sopraffatto dal canto delle sirene, tu come ti sei salvato da questo rischio per raccontarla davvero la storia della musica nera?

R: Quando ho parlato con Ezio Guaitamacchi, curatore del libro e direttore editoriale, avevo in mente di soffermarmi sulla musica soul e R&B, proprio per la vastità dell’argomento. Ripensando, poi, al fatto che esistevano già testi esaustivi, scritti da personaggi illustri, ho deciso, paradossalmente, di ampliare ulteriormente i confini, focalizzandomi, però, su un taglio sociale, politico e storico che permettesse di capire perché certi generi musicali sono nati, quali sono state le urgenze del popolo nero nel momento in cui sono stati incisi determinati brani. Nel blues, perlomeno nelle sue forme ancestrali, nei canti di lavoro, non si può prescindere dalla diaspora africana. Se non fossero stati schiavi, tenuti a distanza gli uni dagli altri per impedire che creassero problemi, non avrebbero avuto la necessità di cercare una forma di comunicazione possibile tra loro. Raccontare il proprio disagio è la sorgente del blues, che impone di affrontare il problema dello schiavismo e, prima ancora, del colonialismo. La stessa cosa vale per il soul e il rhythm & blues, arrivando alla metà degli anni ’50 e ’60, con le predicazioni di Martin Luther King, le manifestazioni a favore dei diritti civili. Questi aspetti hanno scatenato una necessità esistenziale, politico-sociale da parte dei musicisti più avveduti, legati alla loro libertà, alla manifestazione di una cultura propria. Nascono nuove forme di musica che si sono evolute: dagli spiritual, al gospel, al soul. Personaggi come Aretha Franklin, Otis Redding, Wilson Pickett, Joe Tex, sono stati considerati dei punti di riferimento delle grandi masse nere, proprio perché, oltre a trattare temi non banali, anche quando cantavano l’amore, raccontavano la spinta esistenziale all’amore. E così via per tutti i generi, passando dal rock and roll, fino al rap. Se non si comprende quali siano stati i problemi del Bronx a metà anni ‘70 (che da soli bastavano a mostrare tutte le contraddizioni del sistema capitalistico americano), non si può capire la rivolta dei neri dei ghetti e la formazione della musica hip pop quindi del rap, del writing e della break dance. È questo il filo rosso che mi ha permesso di salvarmi da quella pletora impressionante di nomi che sarebbero emersi se avessi trattato l’argomento dal punto di vista geografico e biografico. In questo modo li ho sfiorati, li ho citati, alcune volte anche approfonditi ma mai più di tanto, perché quello che mi interessava era giungere ad una ricostruzione dal punto di vista sociale, altrimenti non ne sarei più uscito, altro che Ulisse: sarei stato stordito da tutte le tangenzialità che mi avrebbero portato chissà dove e poi sarebbe stato un argomento talmente vasto che non sarebbero bastati 10 anni per raccontare in modo esaustivo il tutto. È questo l’escamotage che mi ha permesso di fare un libro, comunque sostanzioso, di 300 pagine, abbastanza coerente e chiaro.

L’autore ha trattato il tema, con una sensibilità etica. In particolare mi emoziona come faccia emergere l’aspetto bifocale della black music che rispecchia quello della responsabilità sociale che si gioca simultaneamente sia su un piano individuale che collettivo ed è un aspetto ineludibile. Gli chiedo di raccontarci qualcosa di più a riguardo.

R: Individualità e collettività. Un artista ha antenne particolarmente ricettive, è il primo a capire come vanno le cose in quel determinato momento storico e trova il modo per renderlo comune a tutti. La risposta della musica può essere quella di elaborare un genere rappresentativo delle problematiche che si stanno vivendo, che arrivi alla gente. Questo succede in qualsiasi forma d’arte, nella pittura, nella letteratura, nella danza. Si tratta di artisti che captano il momento storico e lo descrivono perfettamente con tutte le incoerenze del caso rapportate a problemi reali. Nella musica nera questo è ancora più evidente perché la condizione è talmente disastrosa, talmente drammatica che è necessario che qualcuno lo faccia davvero risaltare.

Tutti pensiamo, in particolare i musicisti, che la musica debba essere ascoltata e non raccontata, eppure, certe narrazioni aiutano a entrare in atmosfere musicali peculiari, a ricostruire uno sfondo, a rintracciare dettagli utili ad un ascolto musicale più profondo, ad annusare dimensioni culturali, a connettersi con la musica da una prospettiva conoscitiva. Il libro, tra l’altro, è dotato di un QR code che permette di ascoltare brani o visionare video, offrendo una sorta di lettura tridimensionale molto interessante. Su queste riflessioni costruisco la domanda successiva.

D: Come sei riuscito a raccontare una storia musicale, senza che le parole prendessero il sopravvento sulla dimensione sensoriale della black music? Tra l’altro ho trovato geniale l’uso del QR code.

R: È un problema annoso: la musica è un’espressione di divertimento e di cultura; si tratta di decidere se limitarti ad ascoltare la canzonetta quando ti fai la barba o se vuoi che la musica abbia un senso. In questo caso devi necessariamente collegarla al momento storico che la esprime. Ricordo quando, da ragazzino, ho sentito per la prima volta i Beatles che sono stati una vera e propria epifania, non capivo le parole, eppure quella freschezza straordinaria travolgeva, rompeva con tutto il passato lagnoso, fatto di musiche in cui contava solo la bella voce e chi se ne frega di quello che raccontava. È stata per me, come per tutti della mia generazione, una scoperta vera. Per qualsiasi giovane, di qualsiasi generazione, l’ascolto di una musica che lo rappresenta, che gli fa capire di non essere solo a pensarla in un certo modo, che lo fa sentire coinvolto in un movimento più ampio, che lui stesso magari non conosceva, è qualcosa di potente. Le cose devono essere scoperte e per scoprirle deve esserci sempre qualcuno che abbia un’intuizione, che si stufa del passato. L’evoluzione della musica nera segue questo passo. Ha imprescindibili radici blues, ma si evolve. Negli anni ‘60 o ‘70 c’era bisogno di una reazione fisica e culturale: non era più sufficiente parlare di se stessi, tanto è vero che i jazzisti del free jazz ad un certo punto hanno ripudiato il blues perché l’hanno ritenuto espressione della schiavitù, il momento peggiore della loro storia evolutiva, e quindi hanno puntato tutto su nuovi valori, sull’improvvisazione per esempio. È così che vanno le cose. Certo, se tu ascolti una canzone di De André o di Guccini, che sono dei cantautori impegnati, apprezzi la musica e i testi che rimangono impressi con il ritmo che dà loro la musica e che ti servono per crescere, elaborare, mettere in discussione. Il soul, nelle sue sfaccettature, che siano quelle della stax o della successiva musica di Detroit, è comunque un’espressione (più campagnola da una parte, più cittadina dall’altra), coerente con il momento storico. In merito al QR code, è un’idea che permette di ascoltare la canzone mentre si legge il testo, valorizzando i collegamenti storico sociali alla musica e ai testi che si sviluppano in contemporanea.

4) Quale plus valore riconduci alle tue radici piemontesi, di Fubine Monferrato, nella stesura di questo libro e come queste radici sopravvivono nel tuo contesto milanese?

R: Mi sono reso conto che in questi quindici anni, spesi in gran parte davanti al computer a scrivere, non ho fatto altro che cercare di raccontare delle storie che erano in realtà, storie mie: il perché mi sono innamorato di certe musiche, il blues, il soul, l’R&B, il rock, i cantautori impegnati; cosa c’era di embrionale dentro di me che aspettava di essere svelato da queste musiche. Questa è stata la vera motivazione per cui ho scritto così tanto negli ultimi tempi per cercare di fare chiarezza dentro di me su alcuni passaggi che si sono rivelati importanti per tutta la vita. Le mie radici piemontesi sono quelle di un ragazzino normale, vissuto in una famiglia media, bravissima, che mi voleva bene, salvata dal boom economico, perché altrimenti non ce l’avremmo fatta, che non era molto colta, eppure mi ha fatto studiare. Poi emerge in me la necessità di andare oltre la mediocrità che ho sempre detestato. Mio padre intuiva la mia spinta, mentre mia madre aveva paura che io mi cacciassi nei guai. Ricordo (adesso ti dico delle cose su cui potremmo chiacchierare per delle ore) che da ragazzino, avrò avuto 6 o 7 anni, a Milano (ci eravamo trasferiti quando io avevo 3 anni), alla sera, in questo quartiere di periferia in cui vivevamo, si facevano, sostanzialmente, le stesse cose che si facevano nei paesi: ci si ritrovava in una latteria che era di fronte a casa, con le varie famiglie, si mangiava il gelato, si chiacchierava e poi si tornava a casa. C’erano i juke box lì dentro e ragazzi più grandi di me, che avevano già 16-17 anni, mettevano le famose 100 lire e selezionavano brani di rock and roll, si mettevano a ballare sul marciapiede e puoi immaginare i commenti delle persone adulte, da cui erano percepiti, nel migliore dei casi, come stravaganti. Così piccolo, io avevo già deciso: stavo con il rock and roll e con quei ragazzi. Evidentemente qualche cosa mi covava dentro e mi trovava in perfetta sintonia con questa musica nuova. È stato sempre così: la musica ha scandito la lunga storia della mia vita e, credimi, sicuramente è stato più Bob Dylan che Karl Marx ad influire sulla mia formazione politica.

Quest’ultima frase mi vibra dentro potente e fatico a concludere l’intervista. Così plano sul banale:  

D: Tre motivi per leggere il tuo libro.

R: Il desiderio di capire che la musica non nasce per caso, ma dall’elaborazione di un processo storico-politico-sociale. E questo vale per tutte le arti. La black music, come ogni genere musicale, nasce per ragioni precise, compresa la musica introdotta dai bianchi sullo stesso genere per togliere l’aggressività a quello che era, in potenza, la grande forza culturale del nero, svilendola nel commerciale e nel facile ascolto che assecondasse le melodie che l’orecchio occidentale ama. Il secondo motivo è quello di dare impulso alla musica nera perché credo sia una musica interessante, senza la quale buona parte della musica del 900 non si sarebbe sviluppata. Il terzo motivo è che, studiandone l’evoluzione attraverso la sua espressione socio-politica, si possano capire anche cose che viviamo in occidente e che i neri, in qualche modo, ci hanno passato. Penso alle Black Panthers, al black power, a tutti quei personaggi che sono stati imprigionati e che hanno vissuto la loro vita in funzione del tentativo di migliorare le cose all’interno delle prigioni che erano disastrose. Sono battaglie che hanno iniziato i neri per primi e che sono state importate in casa nostra, molto più tardi, negli anni ’70 e ’80, quando tutte le rivolte delle carceri hanno fatto emergere qual era la situazione drammatica che vivevano i detenuti, soprattutto politici, in quel periodo. E’ un esempio. Il mondo ha le sue declinazioni culturali ed espressive che, alla fine, sono tutte espressioni dell’essere umano e, quindi, universali: se si conosce e si comprende un evento che succede in un continente, inevitabilmente si capisce meglio se stessi e la propria storia. Mi rendo conto che questi tre motivi hanno aspirazioni alte, tuttavia credo che chi è votato all’amore per questa musica, leggendo il libro, abbia una bella opportunità di conoscere le pieghe di una storia musicale tra le più emozionanti al mondo, o di ritrovare un’atmosfera culturale e socio-politica di cui ha già coscienza.  

Prima di salutare Roberto Caselli, sento il desiderio di chiedergli qualcosa che non ho mai chiesto prima: leggermi alcuni brani del libro, per respirare le parole, lo stile e i contenuti, attraverso la voce dell’autore e, mentre ascolto, mi riconfermo nei miei tre motivi per leggere questo bellissimo libro: dare spazio all’amore o alla curiosità per la black music; sentire come se ci fossimo anche noi in quelle pagine; confermarsi nel vivere la vita connessi con una prospettiva di coscienza sociale che trasuda in quella fragilità umana, sia come individui che come collettività. La musica trasforma in forza questa fragilità per ispirare tutti noi a seguire la stella polare che ci guida verso una società più giusta e più salubre. Che dire, è un libro cinematografico. Non è solo tutto da leggere e da ascoltare, è tutto da vivere.

(M.P.)

Un grazie speciale a mio cugino Giuseppe Di Napoli, che mi ha trasmesso per primo l’amore per la black music.

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