STEVEN PARIS: IL MUSICISTA ERRANTE METTE RADICI NELLA MUSICA

STEVEN PARIS: IL MUSICISTA ERRANTE METTE RADICI NELLA MUSICA

Il concerto degli “Steven Paris Agreement” è in programma a Trasimeno Blues il 27 luglio alle 18,30 in piazza Mazzini a Castiglion del Lago ed è a ingresso libero. La voce di Steven Paris, mentre lo intervisto, ha un lieve accento perugino, molto familiare per me che ho passato gran parte della mia vita in questa città a cui mi legano indelebili vissuti intensi, oltre a gran parte dei miei affetti. Steven è accogliente e diretto. Questo abbinamento mi incuriosisce. Così gli chiedo quale sia il suo background di vita: età, studi, famiglia, se il suo nome è uno pseudonimo. E mi si apre un mondo, oltre a scoprire che è nato lo stesso giorno di Amalia Gre’, la mia cantante e artista preferita, che tra l’altro ha vissuto a Perugia diversi anni.

R: Mia madre è nata a Londra, da una famiglia polacca. Quando aveva 20 anni, si è iscritta all’Università per stranieri per imparare l’italiano. Mio nonno, che non ho conosciuto, dalla Polonia si è trasferito a Londra dopo la guerra e, nonostante avesse alle spalle una storia di emigrazione, ha fatto fortuna, raggiungendo un tenore di vita agiato e sensibile alla cultura. Mio padre, il cui cognome, per una strana combinazione, pur essendo italianissimo, ha assonanze straniere, viene dalla provincia di Rieti, da un contesto rurale. Steven Paris è il mio vero nome. I miei si sono conosciuti a Perugia, lui forestale, lei studentessa di italiano prima e insegnante di inglese tutta la vita, anche adesso. Così, sono sempre stato esposto a mondi molto diversi: passavo le vacanze tra l’Inghilterra, con la famiglia di mia madre in un contesto metropolitano di avanguardia, e le montagne del rietino, con la famiglia di mio padre, in mezzo alla natura incontaminata, a contatto con il mondo contadino, gli animali della fattoria, la vita semplice, saggia e temprata di chi lavora la terra. Questa duplice dimensione è stata interessante per me. Non ho avuto molta famiglia qua (zii, nonni, cugini) e questo mi ha dato un po’ di apertura, nel senso che non avevo grossi legami familiari che mi tenessero fermo in un posto. L’Inghilterra è stata un’opportunità stimolante, una connessione.

Scherziamo sulla traduzione in italiano del suo nome e sull’impatto nel mercato della musica. Man mano che Steven racconta, ho la certezza che sia stato un bambino molto amato, che conosce le sfumature culturali delle manifestazioni di affetto, come anche l’eccitazione del viaggio, prima per andare a trovare i parenti, poi per ritrovare se stesso e dare un senso alla sua vita. È nato e vissuto a Perugia, “in un ambiente positivo, pieno di ragazzini”. E quando gli faccio notare che è cresciuto con una bella “biodiversità” in famiglia, sorride e riconosce che questo gli abbia dato accesso a stili di vita diversi e ad una prospettiva plurima. Un musicista viaggia su diversi piani, espressivo, comunicativo, creativo, tecnico, stilistico, interpretativo, contestuale, a cui si aggiungono altri piani, quali quello di essersi approcciati alla musica attraverso lo studio o da autodidatti. A volte succede che uno di questi piani acquisti maggiore peso e diventi una connotazione artistica precisa, altre volte c’è un passaggio di testimone tra i diversi piani in una sorta di viaggio nel viaggio. Altre volte ancora, uno di questi piani accende quel fuoco vivo che ti spinge a fare della musica la tua identità. Sono curiosa di esplorare questo aspetto.

D: Nella tua storia di musicista, tra i diversi piani di cui si compone la musica, ce n’è uno che abbia costituito il grande richiamo?

R: Ho sempre amato la musica e ancora adesso, riesco a distinguere il me musicista dal me ascoltatore di musica: un conto è il mio lavoro, suonare, che amo, un conto è il mio stare in una stanza ascoltando il mio artista preferito. Ho sempre amato tantissimo ascoltare musica, però non avevo mai pensato di fare il musicista, forse perché in Italia le opzioni erano o di fare, che ne so, la scuola di jazz, o di mettere su un gruppetto con la speranza di diventare famosi. Era come se non ci fossero altre opzioni. Poi, a 20 anni, ho avuto la fortuna di partire per il Sud America, da solo, sai quelle cose, zaino in spalla e chitarra, e ho iniziato a viaggiare tanto. Ho incontrato la musica di strada che ha cambiato tutto. Ho conosciuto tutti questi artisti di strada ed è stata un’esperienza che mi ha trasformato, quel richiamo che dici tu, è stato amore a prima vista. Non potevo proprio resistere (Steven sorride e sento che in quel sorriso ci sono tante immagini, tante scoperte, tante emozioni, tanta libertà e un pizzico di nostalgia) e ho iniziato a fare musica di strada anch’io. Mi ricordo che all’inizio, mi trovavo in Argentina, ero un po’ titubante e anche molto confuso. Ho conosciuto un artista di strada bravissimo che viaggiava con la famigliola, con i bambini piccoli. Lui, semplicemente, mi dice una frase lapidaria che mi ha risuonato per tutta la vita: “Tu devi fare il tuo”. Non so se è per il modo in cui me l’ha detto, o per il momento, fatto sta che è stato come se la nebbia si fosse levata dalla mia testa e mi sono detto: “Sì, è ovvio”. E da lì sono andato dritto come una spada, anche un po’ troppo. Ho fatto un sacco di musica di strada. A 23 anni ho preso un camper, ci ho messo i miei strumentini, chitarra e amplificatore e ho viaggiato tantissimo per anni: Portogallo, Sud America, Spagna. Sono stato molto nomade. Ogni tanto tornavo a Perugia e, dalla musica di strada, mi ritrovavo a suonare nei locali. E mi capitava sempre più spesso. Vedevo queste due dimensioni in maniera separata: da una parte crescevano le opportunità di suonare in contesti più professionali, dall’altra appartenevo ad uno stile di vita (anche artistico) più nomade, libero, senza social, senza email, senza niente: solo tu che vai in strada, fai i tuoi spiccetti e non devi rendere conto a nessuno, quindi super spontaneo, super libero. Questi due contesti paralleli, iniziano poi a entrare in conflitto. Per un po’ lo ignori, poi ti rendi conto che diventi più bravo come musicista e investi più nella direzione professionale. Infatti, in questi ultimi anni c’è stata questa evoluzione. Il passaggio è stato faticoso, perché non era facile mantenere queste due dimensioni insieme, fino a che ho capito che dovevo fare una scelta e ho lasciato la musica di strada. È stato doloroso, perché è stata la mia pelle per 10 anni, era un modo di vivere. Adesso è diverso, sto crescendo, sto imparando ad organizzarmi, è una prospettiva nuova per me e mi piace cambiare: probabilmente fra 10 anni farò tutt’altro. Diciamo che a volte il periodo di passaggio è quello più tosto. E, comunque, per rispondere alla tua domanda, la musica di strada mi ha dato tutto, è stata il richiamo che mi ha portato a fare il musicista: andavo tutti i giorni per strada, miglioravo sempre di più, suonavo con tanta gente incredibile. Giorno, dopo giorno, dopo giorno, diventi un musicista decente e maturi, sebbene anche adesso è ancora tutto in evoluzione, ovviamente.

In alcune pause, tra un racconto e un altro, Steven sorride in un modo particolare, intimo e disinvolto. Anche questo mi colpisce, perché sono due qualità che raramente si trovano abbinate e che garantiscono un’atmosfera spensierata e sincera, in cui le emozioni hanno diritto di cittadinanza. Sento di esplorare più a fondo il rapporto con la sua città natale. Perugia è una città che, da una parte, è raccolta dietro un’affidabile “peruginità”, dall’altra, ha una natura cosmopolita e aperta.

D: Hai fatto concerti dappertutto, in particolare negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Nelle tue scelte musicali, come ti ha accompagnato, la tua città, nel tuo esibirti in giro per il mondo? Pensi ti abbia in qualche modo forgiato?

R: Dal punto di vista musicale, vivere in un posto in cui c’è un festival come Umbria Jazz e, a poca distanza, come Trasimeno Blues, in cui ci sono scuole di musica, in cui c’è tutta questa apertura, sicuramente mi ha stimolato. Questa consapevolezza, però, è arrivata più tardi, la sento soprattutto in questo periodo in cui, dopo aver girato tanto, sto scegliendo di stabilizzarmi qui. Anche se non è tutto perfetto, a Perugia c’è un ambiente aperto e la sento positiva come scelta. Più che una coscienza musicale, che ha agito dentro di me senza che me ne rendessi conto, Perugia mi ha dato tanto dal punto di vista umano e questo si trasla nella dimensione artistica. Mi ha dato una certa tranquillità e anche un po’ di umiltà e questo mi ha fatto bene ed è qualcosa che mi piace. E poi a Perugia suono tantissimo. Ogni volta che tornavo (stavo fuori un paio d’anni, poi tornavo per un periodo, poi ripartivo) mi succedeva di suonare. I posti non erano tantissimi a Perugia, però c’era sempre una bella energia e tante opportunità per suonare. Ci sono un sacco di musicisti, si suona insieme, è un bell’ambiente. Quindi mi porto dietro questo spirito, questo atteggiamento umano, più che aspetti tecnici e stilistici. Quando sono in giro, sento questo tipo di legame con Perugia. Da ragazzo, avevo voglia di esplorare il mondo, senza radici, disposto a finire chissà dove, magari anche a viverci. Stavo un anno da una parte, un anno dall’altra, poi Perugia mi richiamava e tornavo. Alla decima volta ho capito che in questo richiamo c’era qualcosa di più radicato. Un posto molto umano, sano, anche artistico, in cui sono pieno di amici.

Nel suo girovagare per il mondo Steven ha avuto la possibilità di lavorare con artisti consistenti, tra cui Erika Lewis, cantante dei Tuba Skinny (una famosa band di strada di New Orleans), la cui collaborazione inizia con la registrazione dell’album “Midnight in Paris”. Questo titolo, che coincide con il film di Woody Allen, mi incuriosisce e gli chiedo se si tratta di una coincidenza.

R: In “Midnight in Paris” quella di Erika è stata una partecipazione come special guest: ha cantato alcuni brani. Ci eravamo conosciuti da poco, durante Umbria Jazz. Poi è venuta a trovarmi a Perugia per una decina di giorni, mentre stavo registrando, ed è venuta con me in studio. Da allora, la collaborazione con Erika è continuata: a ottobre abbiamo registrato un album prodotto da Mick Jones, il chitarrista dei Clash, in cui siamo stati in una vera e propria collaborazione: abbiamo inciso canzoni mie e sue e cantiamo insieme. Per quanto riguarda il titolo del disco, a me piace fare giochi di parole, l’ho fatto in tutti i miei progetti, anche con l’ultimo progetto, “Steven Paris Agreement” che porteremo a Trasimeno Blues. All’epoca mi era venuta l’idea di giocare con il mio cognome che coincide con Parigi, e anche per evocare una certa atmosfera, dato che l’album era molto acustico, con canzoni d’amore e un’atmosfera romantica come nel film di Woody Allen, che conosco bene. L’ho visto almeno tre, quattro volte e mi è piaciuto tantissimo. Non so se nei prossimi album userò sempre il mio cognome però in quel momento sentivo che aveva un senso.

D: A Trasimeno Blues ti presenti con una formazione che comprende Franco Pellicani (batteria) e Benjamin Ingaldson (basso e voce). Cosa vi ha messo insieme?

R: Conosco Franco da tantissimo tempo, che poi ha la mia età, è dell’89. Abbiamo fatto un sacco di cose insieme. Ha lavorato in Inghilterra per quattro anni come batterista di una band, anche conosciuta, i Tankus The Henge, un gruppo inglese, facendo diversi tour con loro. Appena tornato a Perugia dall’Inghilterra, definitivamente, abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto. Io venivo dalle collaborazioni con Erika, ho suonato molto da solo e ho sentito di essere maturo per mettermi in gioco in qualcosa che potessi sentire mia. Ed è la prima volta che ho un gruppo con il mio nome, anche se è stata una scelta burocratica. Quello che sento è di mettere in piedi qualcosa che possa durare nel tempo e avevo bisogno di persone con cui potessi sentirmi comodo, con cui è facile lavorare e con loro lo è: Franco è un professionista e Benjamin ha solo 23 anni ed è una persona incredibile, mezzo americano, il padre è del Minnesota, Billy Shaker, un musicista che mi sa ha anche suonato a Trasimeno Blues. Io e Franco stavamo cercando un bassista. Benjamin suona la chitarra ma una volta l’ho visto suonare il basso e gli ho chiesto se voleva partecipare al nostro progetto, a cui tengo molto perché è esattamente quello che sento di voler fare. Siamo incentrati sulla musica folk americana che non è solo blues in senso stretto, ci muoviamo su uno spettro ampio: gospel, blues, R&B. È un progetto elaborato, molto reinterpretato e con brani originali. Ci consideriamo un gruppo abbastanza sperimentale, con elementi stilistici quasi jezzistici: esploriamo brani folk e ci sentiamo liberi di improvvisare: abbiamo il tema e poi possiamo anche uscire dagli schemi, quindi ho trovato dei musicisti che sono perfetti per questo. Entrambi sono bravissimi e sono molto aperti di mente, con un approccio che parte dalla musica folk, seguendo diverse sfumature, dando spazio all’interpretazione e a tanta improvvisazione. Siamo a Perugia tutti e tre. Abbiamo iniziato in autunno e abbiamo un tour in Inghilterra e Scozia per tutto il mese di agosto. Ci sentiamo in forma, abbiamo registrato un disco negli ultimi due giorni, bisogna ancora mixare, ma è quasi pronto. Insomma siamo belli in forma.

D: Che mi dici del nome del gruppo? Agreement, cioè accordo, contratto, convenzione, reciproco riconoscimento. Perché “Steven Paris Agreement”?

R: Anche in questo caso, cercavo un gioco di parole di qualche tipo, sempre con il mio nome e c’erano stati gli accordi di Parigi sul clima, The Paris Agreement, appunto. E così, invece di perseguire nomi più comuni, tipo Steven Paris Band, sempre giocando col mio nome, ho optato per qualcosa tipo The Jimi Handrix Experience, non che voglia paragonarmi a lui, però giusto per dire quello che sta dietro alla nostra scelta. Una riflessione giocosa che poi si riflette nel nostro approccio: cerchiamo di mettere meno pressione possibile al progetto, di essere pragmatici, si lavora insieme, bene, in accordo, appunto; ovviamente c’è tanto sentimento, passione (sarebbe impossibile altrimenti), però con una visione pragmatica. Un incontro fra tre musicisti che lavorano insieme, è un po’ questa l’idea. Poi, quando sono andato a vedere la parola “agreement” nel dizionario inglese, ho trovato una bella definizione: harmony in opinion or feeling (armonia in opinione o sentimento). Mi corrispondeva, perché non è qualcosa di tecnico e freddo, ma è collegato ad un sentimento comune, un’idea comune condivisa.

Mentre racconta, Steven scava nella memoria ed è veramente puro nel parlare. Nel suo tono della voce, nelle pause, nei sorrisi, ritrovo questa tranquillità, questa umanità a cui ha fatto riferimento, insieme a tanta spontaneità e sincerità. Trovo che abbia la capacità di ridurre al minimo ogni mediazione, quando si esprime, come se non conoscesse il sentimento della diffidenza.

D: Cosa porterete al festival di Trasimeno Blues?

R: Abbiamo un repertorio vasto. Scrivo musica e lavoriamo su brani originali che, come ho già detto, gravitano intorno a generi come possono essere il blues, folk, rock, sempre ispirandoci alla musica folk americana per la quale ho sempre avuto passione. Abbiamo molti brani degli anni ’30, ’40, ’50, che ci piace fare. Ci piacciono artisti molto vecchi, prendiamo le loro canzoni e le reinterpretiamo. Ci saranno pezzi che cantava Nina Simone e prendiamo ispirazione da bluesman non super conosciuti, come Josh White (famoso per essersi schierato per i diritti umani), Big Bill Broonzy (uno dei padri fondatori del folk-blues), Sonny Terry e Brownie Mcgee (armonicista il primo e chitarrista il secondo, entrambi attori, entrambi statunitensi, legati da un sodalizio musicale di collaborazione folk-blues) e c’è anche un pizzico di folk inglese, facciamo un paio di brani, anche questi poco conosciuti e poi c’è tutta la scena musicale degli anni ‘60 inglese: Bert Jansch, Davy Graham. Sono dei chitarristi incredibili degli anni ’60. Ecco, un po’ questo. 

Abbiamo parlato a lungo e, dopo esserci salutati, mi resta la sensazione di aver incontrato quello che un tempo si chiamava “bravo ragazzo”, che ha saputo usare la buona educazione ricevuta dai genitori per vivere leggero, che ha macinato chilometri con la sua chitarra e che, con quella sua aria tranquilla, è riuscito a conquistare chiunque, a partire da se stesso. E ora, che ha deciso di mettere radici, le corde emotive del viaggiatore, hanno traslocato nella sua musica, quella di questo trio così ben assortito. E ho la certezza che per loro la musica, come dice il batterista del gruppo, Franco Pellicani, sia davvero un “respiro necessario”.

(M.P.)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.