UN RESPIRO LUNGO UNA LEGGENDA

UN RESPIRO LUNGO UNA LEGGENDA

Ci sono delle fatiche che senti potrebbero ucciderti. Poi, intoni un canto che accende risonanze collettive e arrivi a fine giornata che sei ancora vivo. L’origine del blues è nella terra, nel lavoro dei campi, nel sudore nero. Ci sono delle violenze che senti potrebbero ucciderti, ti appoggi sulla musica, in cori di “botta e risposta” e resti vivo, nonostante ti abbiano fatto schiavo, comprato, venduto, defraudato dei diritti umani fondamentali, della stessa capacità giuridica. Il blues è nei cuori feriti dall’arrogante ingiustizia sociale, nel dolore rosso di rabbia, nella sottomissione per sopravvivenza, nella speranza clandestina. Il blues degli esordi è un grido soffocato dall’oppressione. Ed è la musica che gli dà voce, dignità, identità, che raccoglie brandelli umani e li ricuce, li sostiene, li rafforza. È la musica che recupera quel grido dal fango dei mille rivoli di esclusione, emarginazione, guai. Se fai blues, sei sicuramente nei guai. Guai grossi. Guai che inseguono quella parte di umanità che snocciola i suoi giorni sulla linea di confine di vite sbilanciate, spesso illegali, affogate in una successione di bicchieri di whisky prodotto in distillerie clandestine, consumato nelle atmosfere urbane e fumose lungo il Mississippi. Lo stesso fiume delle piantagioni che scorre inesorabile, con il suo magnetismo, che dalla regione dei laghi, attraversa le campagne e le città, madide di blues, prima di acquietarsi nelle calde e tortuose acque del Golfo del Messico, a valle di New Orleans. Con i suoi 3.782 km, attraversa dieci Stati (Minnesota, Wisconsin, Iowa, Illinois, Missouri, Kentucky, Arkansas, Tennessee, Mississippi, Louisiana) e nutre ogni suggestione blues in una evoluzione che continua a rappresentare i movimenti emotivi interiori, attraendo, come una calamita, il blu che è in ognuno di noi, senza mediazione. Il blues parla direttamente all’anima, come se la capisse e così al corpo, ai sensi. E non passa: trova sempre un cuore inquieto da sostenere. Il blues non è un genere musicale tout-court, è, come dicono, prima di tutto un modo di essere: dal desiderio di libertà e rivendicazione sociale degli schiavi nelle piantagioni di cotone, alla tristezza cronica con cui convive chi non è padrone di se stesso, ancorato alla determinazione di non piegarsi al dominio occulto di una società compromessa nella sua identità, i cui effetti iatrogeni spingono ai margini chiunque sia portatore di disadattamento. La rassegnazione blues rappresenta ancora oggi una forma di dissenso. In questo turbinio emotivo, l’anima si consola nel blu, che non è solo un colore, è una dimensione abitata da una romantica, inguaribile, malinconia. Avere i blue devils, significa essere condannati all’infelicità, rifugiarsi nella tristezza, crogiolarsi in una sorta di spleen baudelairiano, preferire lo struggimento dell’ombra, alla rassicurazione della luce. Di fatto, quello che più mi affascina del blues è proprio la possibilità di conoscere il senso della luce che non può prescindere dalla notte e dallo smarrimento. Anche l’amore, nel blues, è spesso tormentato. Eppure, questa insostenibile mistura di afflizione viene trasformata con forza in una energia in grado di travolgere e lubrificare, di ispirare, di restituire l’immagine più intima della dimensione umana, di travalicare se stesso. Successivi generi musicali hanno incancellabili radici blues nel proprio DNA. Lo struggimento melodico dei canti della schiavitù rurale e “razziale”, diviene un sublime tentativo di appropriarsi della cultura musicale europea da una prospettiva nera, senza troppa coscienza e permane come una eco radicata, in tutta la musica che ne è seguita. Il blues è un magma pulsionale alla ricerca di ogni cavità per scorrere in superficie con la sua forza distruttrice e incantatrice. Non è solo un genere musicale specifico, con la sua codificazione precisa, è uno specchio magico che ti restituisce la tua stessa immagine, scevra da ogni convenzione. È una terapia, è una danza che, nonostante abbia perduto l’ingenuità, sa toccare intimità profonde, indicibili. Il blues continua a sorprendere, ad emozionare, a riguardarci. Un’area geografica e un genere si fondono fino a condividerne il nome: “Un sentimento umano che si trasformò in musica e ballo nella zona del fiume Mississippi”, in quella regione che è nota come la patria di questo genere musicale, la cui forma più diffusa viene definita proprio Delta Blues, in riferimento al delta di questo fiume.  “Il fatto che l’umanità di oggi sia sempre di più costretta a sentirsi una merce senza più radici e storia, alienata e preda dei modi di vita contemporanei, l’accomuna, inevitabilmente, al sentimento e al vissuto dei molti artisti che nel Delta, zona degli Stati Uniti tra il fiume Mississippi e il fiume Yazoo, crearono il blues tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento”. Il blues è un viaggio nelle scure caverne del cuore, senza vergogna, in cui radi spiragli di luce sono una compagnia a latere dei territori segreti dell’anima che si compiace della propria inquietudine.

Poco più in là, rispetto all’immensità dell’universo, a distanza di un paio di secoli, nella campagna umbra, chitarre, djembe e ogni sorta di strumenti, strimpellati prima e sempre più affinati col passare dei giorni, fanno vibrare le loro note in pomeriggi annoiati e serate senza tempo, mentre le stelle stanno a guardare, custodendo sogni di gloria. A San Biagio della Valle, in provincia di Perugia, nel casale in fondo alla strada, a ridosso di un laghetto, la musica era una componente fissa che echeggiava con altrettanta musica nel casale accanto. Studenti fuori corso, artisti in erba, giovani alla ricerca di se stessi, si acquietavano a ritmo di blues. E si scopriva la cadenza della lingua inglese, improvvisando frasi inventate che ne evocavano le sonorità. Ragazzi e ragazze, con la vita in mano e gli occhi altrove, con l’unica certezza di non poter vivere senza musica. Qualcuno di loro lavorava saltuariamente, rientrando a casa mentre gli altri si stavano svegliando. Dappertutto, pigri resti della vita del giorno prima e tanto tempo libero. Erano quasi tutti studenti, eppure nessuno studiava, tutti rapiti dalla musica, quasi sotto incantesimo, usavano il tempo, rubato al dovere, per fare musica insieme o con chiunque capitasse con uno strumento. E quando non si suonava, il blues lo si ascoltava. Nasce in questa atmosfera l’idea di creare un festival blues in Umbria che prende forma e resta nel cuore del suo fondatore, Gianluca Di Maggio, anche dopo la laurea in giurisprudenza, anche dopo che l’età adulta ha bussato alla porta della responsabilità, chiudendo i battenti del casale per sempre, anche dopo il suo trasferimento sulle sponde del lago Trasimeno, seguendo l’amore senza mai rinunciare al sogno, fino al suo compimento, edizione dopo edizione. Complice la magia delle acque placide del lago, uno dei pochissimi laghi laminari al mondo, con le sue atmosfere romantiche, fuori dal tempo, con i suoi tramonti incantati, soprattutto d’inverno, con il suo riflesso specchiato, con il suo silenzio, quella musica blues, che ha riempito le giornate della giovinezza, ha trovato la sua strada per comunicare l’essenza del vivere e consolare quel senso di solitudine che ci sta accanto. Sul palco di Trasimeno Blues si avvicendano da quasi trent’anni, artisti nazionali e internazionali notevoli, trascinandoci nelle infinite sfumature del blues in cui le vite di tutti si riconoscono e si appartengono.

(M.P.)

PS: Un grazie speciale a Giulietta Mastroianni per la generosa concessione della foto.

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